Fino a poco tempo fa, i Data Center in Italia erano dietro le quinte della digitalizzazione. Oggi, sono al centro di una corsa globale che coinvolge hyperscaler, investitori e governi, spinta da tre fattori chiave: Sovranità digitale, Intelligenza Artificiale e crisi energetica nei tradizionali hub europei (FLAPD – Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino).
Il 2024 ha segnato un punto di svolta per il mercato dei Data Center in Italia, con una crescita del 17% che ha spinto il valore della colocation a 765 milioni di euro, rispetto ai 654 milioni del 2023 (secondo una recente ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano). Un incremento che conferma il ruolo sempre più strategico di queste infrastrutture nell’ecosistema digitale nazionale, trainato dall’espansione di cloud computing, Intelligenza Artificiale, IoT e reti 5G.
Milano si conferma polo strategico, ma anche Sud e isole attraggono capitali grazie ai cavi sottomarini e agli incentivi pubblici.
Nel 2024, dopo anni di silenzio, la politica italiana ha cominciato a mettere ordine in un settore fondamentale, ma ancora regolato da norme frammentarie.
Tra i segnali più importanti:
Nonostante i primi passi, il principale ostacolo rimane la complessità delle procedure autorizzative. La normativa attuale impone valutazioni di impatto ambientale (VIA) o autorizzazioni integrate ambientali (AIA) in base alla potenza dei gruppi elettrogeni di emergenza. La soglia dei 50 MW è il discrimine. Sotto questo limite, le valutazioni sono gestite a livello locale, con iter più agili. Sopra i 50 MW – soglia facilmente superata nei campus hyperscaler – subentrano iter nazionali complessi, lunghi e soggetti a molteplici interlocutori istituzionali, spesso non coordinati tra loro. Gli operatori chiedono certezze, semplificazione e tempi compatibili con le esigenze di mercato.
Ciò che rende il quadro ancora più critico è l’elevata discrezionalità interpretativa da parte degli enti preposti: le valutazioni si prestano a letture soggettive delle normative, con esiti e tempistiche fortemente variabili a seconda dei territori e degli interlocutori coinvolti. Questo genera incertezza e imprevedibilità nei tempi di approvazione, scoraggiando investimenti che, per natura, richiedono pianificazione e tempi certi.
Altri Paesi europei – come l’Irlanda o i Paesi Bassi – hanno già introdotto corsie preferenziali o sportelli unici autorizzativi per facilitare questi investimenti strategici.
Il 19 marzo 2025, la IX Commissione della Camera ha raccolto le 5 proposte di legge di diversi partiti politici per la creazione di una proposta di legge quadro, oggi in fase di esame. L’obiettivo è quello di fornire una cornice normativa unica e coerente a livello nazionale per la progettazione, realizzazione e gestione dei Data Center.
Tra i temi chiave della legge:
Nei FLAPD, il problema della disponibilità elettrica ha già messo in crisi lo sviluppo. In Italia, il rischio è ancora lontano, ma ben presente nel dibattito parlamentare. La proposta di legge mira a rafforzare la rete elettrica nazionale e a incentivare l’uso di energie rinnovabili, senza escludere – in prospettiva – tecnologie nucleari innovative come i mini-reattori SMR.
Un nodo centrale riguarda il bilanciamento tra grandi operatori globali e attori locali sovrani, spesso in-house della PA o PMI tecnologiche italiane. I primi portano investimenti miliardari, i secondi garantiscono resilienza e controllo del dato a livello nazionale ed europeo. Il testo in discussione – grazie anche al contributo di realtà come Gaia-X – riconosce esplicitamente la necessità di promuovere ecosistemi digitali federati, aperti e interoperabili.
Se la legge quadro sarà approvata come previsto entro il 2025, il passo successivo saranno i decreti legislativi delegati e i decreti attuativi ministeriali, fondamentali per tradurre in pratica i principi generali. Gli operatori – grandi e piccoli – saranno chiamati a confrontarsi attivamente con il legislatore per garantire una normativa che sia efficace, inclusiva e attenta a tutti i modelli di sviluppo.
I Data Center non sono solo infrastrutture IT: sono il cuore pulsante dell’economia digitale. Regolarli in modo intelligente significa scegliere il futuro dell’Italia nella trasformazione digitale. La legge in discussione rappresenta una rara occasione di convergenza politica su un tema tecnico, ma strategico. Ora serve il passo decisivo: una normativa chiara, moderna e sostenibile, capace di coniugare attrazione di investimenti e difesa della sovranità tecnologica.
TIM Enterprise dispone della più grande rete di Data center in Italia.
I 16 Data Center sono progettati e costruiti secondo i più alti standard di affidabilità e sostenibilità ottenendo oltre 100 certificazioni internazionali tra cui LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) Gold e LEED Platinum di U.S. Green Building Council – che garantiscono la sostenibilità dei siti – e Uptime TIER IV e ANSI/TIA 942 Rating 4 – che garantiscono rispettivamente resilienza dell’infrastruttura a qualunque evento e il più alto livello di affidabilità in termini di continuità dei servizi erogati, sicurezza, privacy e conservazione dei dati.
Alcuni di questi Data Center sono stati realizzati attraverso la riqualificazione di aree dismesse, adottando best practice orientate alla sostenibilità, come il riutilizzo delle acque piovane e reflue. In alcuni casi, sono integrati nella rete di teleriscaldamento cittadino, come nel caso di Rozzano. Questo approccio consente non solo di ridurre l’impatto ambientale, ma anche di valorizzare spazi già esistenti, evitando il consumo di nuovo suolo e l’impiego di ulteriori risorse.
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