La digitalizzazione è uno dei fattori chiave per la ripresa delle imprese. Lo studio Unioncamere nell’ambito del progetto Excelsior, fotografa la situazione all’indomani dell’emergenza sanitaria.

Conclusa la prima fase di una delle più pesanti crisi affrontate dalle imprese italiane dal dopoguerra in poi, Unioncamere ha ripreso le rilevazioni mensili del Sistema informativo Excelsior, realizzato in accordo con Anpal, sulle previsioni dei fabbisogni occupazionali delle imprese, con uno studio che fotografa le criticità affrontate e delinea le strategie per i prossimi mesi.

Alla data di realizzazione della rilevazione (25 maggio/9 giugno 2020), delle 1.380 mila imprese oggetto di indagine quasi 450 mila si collocavano su posizioni non troppo distanti dalle condizioni operative precedenti, mentre la maggior parte delle imprese, oltre 800 mila, ha dichiarato di operare a regimi ridotti rispetto alla situazione pre-Covid e poco più di 133 mila imprese erano ancora sospese o stavano valutando di non riprendere l’attività.

situazione imprese unioncamere

Dallo studio emerge che “la digitalizzazione si è rilevata un alleato essenziale per contenere la diffusione del virus, gestire la crisi e mitigare le conseguenze anche sul piano economico. Le nuove tecnologie digitali hanno permesso a imprese, lavoratori e consumatori di continuare a interagire evitando la paralisi totale di molte attività e dei servizi essenziali.

L’adozione di soluzioni digitali per accelerare la ripresa

Non a caso, le imprese che avevano già intrapreso piani integrati di digitalizzazione, investendo in tutti gli ambiti della trasformazione digitale, si sono mostrate più resilienti nel fronteggiare la situazione eccezionale che ha investito il paese.

studio unioncamere 2020

L’attuale situazione di crisi ha portato le aziende ad accelerare i processi di digitalizzazione e a puntare maggiormente sugli ambiti che si sono rilevati più strategici nella gestione dell’emergenza.

In particolare, l’interesse per la digitalizzazione è cresciuto in relazione a:

  • lo sviluppo di soluzioni digitali per rivedere l’organizzazione del lavoro e le relazioni con clienti e fornitori;
  • l’implementazione di reti digitali integrate (anche grazie ad una maggiore diffusione del cloud);
  • la diffusione di internet ad alta velocità;
  • l’introduzione di tecnologie IoT.

In prospettiva, le imprese investiranno molto di più nell’utilizzo dei Big Data, del Digital marketing e in una più avanzata personalizzazione di prodotti/servizi.

ambiti investimento studio unioncamere

 

Piani integrati di digitalizzazione

Dal confronto tra le imprese che hanno adottato piani integrati di digitalizzazione e quelle che ne sono ancora sprovviste, emergono dati chiari: il primo gruppo era già operativo nel 36,2% dei casi su livelli pre-crisi contro il 28,2% del secondo gruppo, mentre la sospensione e la valutazione di chiusura dell’attività ha riguardato l’8,2% dei digitalizzati contro il 12,1% dei non digitalizzati.

La lettura della situazione delle imprese a livello settoriale aiuta a descrivere il diverso impatto prodotto dalle disposizioni normative relativamente al lockdown: l’industria chimico-farmaceutica, i servizi finanziari e assicurativi e i servizi informatici e delle telecomunicazioni, essendo tra i comparti cui la crisi ha richiesto un particolare impegno per la strategicità delle produzioni e dei servizi forniti, pur dovendosi riorganizzare, hanno conservato nel corso del tempo una continuità nelle attività che ha consentito di presentarsi alla fase del riavvio con oltre il 50% delle imprese nelle condizioni operative pre-crisi. All’estremo opposto la filiera dell’accoglienza e della ristorazione che registra invece ben il 69,8% delle imprese che si sono rimesse in attività a regimi ridotti ed il 23,6% che sta valutando anche di arrivare alla chiusura o al prolungamento della sospensione. Tra gli altri comparti del terziario che hanno avvertito in modo pesante gli effetti del lockdown si segnalano l’istruzione e i servizi formativi privati, i servizi dei media e comunicazione e gli altri servizi alle persone. Mentre sul versante dell’industria il quadro è complessivamente meno critico rispetto ai servizi:  il 5,7% delle imprese è coinvolto in situazioni di chiusura o sospensione contro l’11,3% dei servizi, anche se per le industrie tessili, dell’abbigliamento e delle calzature la quota arriva alla doppia cifra (10,2%). Oltre alle già citate industrie chimiche e farmaceutiche, anche le altre industrie, la meccanica, la filiera dell’alimentare, la metallurgia e l’industria della gomma – quasi tutti ambiti ricadenti in catene produttive essenziali – segnalano oltre il 40% di imprese in attività a regimi pre-Covid.

Le imprese che, grazie allo sviluppo di investimenti per piani di adozione integrata di tecnologie e sistemi gestionali digitali si sono presentate più pronte al superamento delle barriere fisiche, nel 15,3% dei casi dichiara di non aver subito perdite nel periodo del lockdown e sembra poter guardare ad un recupero relativamente meno lontano avendo potuto adattare più rapidamente la propria organizzazione ai cambiamenti repentini determinati dalla crisi da Covid-19.

Ne è un esempio l’azienda Siram Veolia che, avendo avviato prima della crisi un profondo percorso di digitalizzazione, ha affrontato senza criticità l’emergenza Covid-19 potendo abilitare oltre 1000 smart worker in tempi rapidi e assicurando così la continuità di business.

Al contrario, l’insufficiente o parziale impegno negli investimenti digitali è un fattore che porta le imprese a valutare tempi di ripresa più lunghi e a riportare maggiori difficoltà nella gestione finanziaria delle fasi dell’emergenza sanitaria.

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